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lunedì 1 gennaio 2024

Friedrich Dürrenmatt: La Visita della Vecchia Signora (1955) - Un'interpretazione

Umanesimo e Cinismo 

  • Cenni sull'opera
In quel mare di testi da studiare, leggere e sottolineare si cela spesso un libro che ci cambia la vita: non in senso buono o cattivo, semplicemente un'opera che ci dischiude una nuova visione del mondo secondo una diversa prospettiva. Per quanto mi riguarda credo sia questo il caso de ''La visita della vecchia signora'' di Friedrich Dürrenmatt, pièce che considero non solo un capolavoro della letteratura tedesca, quanto più della letteratura mondiale. Per rubare le parole di Fritz Martini nella recensione de "Il Cantoniere Thiel'' (1888) di Gerhart Hauptmann, direi che "Diese novellistische Studie hat, im schmalen Format, den Rang von Weltliteratur. Traduzione mia: "Questo studio novellistico (che in realtà è una pièce ma ha in comune la brevitas della novella) ha, in un formato assai ridotto (circa 80 pagine), la statura della grande letteratura mondiale". Ebbene sì, in questo libricino di neanche 100 pagine troviamo una vera e propria cartografia della società moderna, caratterizzata dall'onnipotenza del Dio denaro capace di comprare, oltre che oggetti e cose fattuali, anche persone e persino i grandi ideali umanisti, come ad esempio la giustizia. La vera ricchezza di quest'opera risiede nella sua visione cinica e grottesca della società, in grado di dimenticare la propria umanità per assecondare una malata logica utilitaristica.

Di seguito un piccolo riassunto dell'opera tratto dalla rappresentazione teatrale di Armando Pugliese del 2003 per l'associazione culturale "Gli Ipocriti" diretta da Pierfrancesco Favino:
L’opera è il ritratto di una vecchia ricchissima (Claire) che offre una cifra da capogiro a chi ucciderà l’uomo (Ill) che l’aveva sedotta all’età di diciassette anni e, successivamente, abbandonata. Si presenta, prima dell’ora prevista, alla stazione ferroviaria dove l’intero paese, saputo del suo arrivo, era pronto ad accoglierla con striscioni, banda e cori e le personalità più in vista del paese, quali il borgomastro, il parroco, il preside, il pittore, ecc…, avevano preparato grandi discorsi di benvenuto.
Al paese, ridotto oramai in miseria, la vecchia signora si presenta con un abbigliamento di un gusto impossibile e sfarzoso, piena di collari di perle, enormi bracciali, vistosissimi gioielli; porta con sé un nutrito seguito composto dal maggiordomo Boby (forse ottantenne), il settimo marito, alto, snello, baffi neri ed in perfetta tenuta da pesca e poi ancora Koby e Loby due uomini piccoli, grassi, vecchi eunuchi ciechi, Toby e Roby due energumeni che masticano gomme ed ex-gangster di Manhattan condannati alla sedia elettrica a Sing-Sing, graziati su intercessione della vecchia signora la quale dirà in una sua battuta «mi sono costati un milione di dollari per ogni intercessione».
Con il caos generale creatosi ha inizio la vendetta di Claire nei confronti di Ill, il suo primo amore. Il danaro è alla base di tutte le azioni; nell’evolversi della storia, il sarcasmo si sostituisce alla serietà, la prepotenza alla gentilezza, l’opportunismo alla lealtà, la ricchezza alla povertà, la violenza alla persuasione, la vigliaccheria ai valori, la pusillanimità al coraggio tutto questo per giungere ad un unico scopo ovvero la morte di Ill che si lascia uccidere dai suoi compaesani convinto di non poter sfuggire al suo proprio destino di vittima sacrificale degli egoismi degli stessi. La vecchia signora paga il suo debito ai cittadini e riparte per Capri.
Ed ecco che il benessere cresce nel paese discreto, non invadente ma sensibile. Tutti migliorano, non esistono più quartieri poveri ora è una cittadina moderna economicamente prosperosa; il grigiore e lo squallore che prima avvolgevano il paese inoperoso si trasformano in un lieto fine ovvero nello splendore della tecnica e della ricchezza. Ed i cittadini felici si godono la felicità regalata dalla vecchia signora.

 

  • Contestualizzazione storico-letteraria
L'opera si inserisce nel filone del teatro dell'assurdo, una vera e propria rivoluzione letteraria nata dall'epoca di crisi post-bellica poiché, accanto allo sgretolamento delle culture e delle società impegnate nella Guerra, si ritrovano gli sforzi delle stesse potenze nella ricostruzione di un'identità forte, punto di partenza per una nuova letteratura che prenda in esame anche l'umanesimo e i grandi valori classici. Il teatro di Dürrenmatt è "assurdo" perché l'uomo mette in scena le sue questioni di fronte a un mondo che inevitabilmente tace, senza dare alcun tipo di risposta se non un grido taciuto di matrice Pavesiana. Questo silenzio è da interpretarsi come una sorta di metafora stante a significare l'impossibilità della ratio di spiegare la realtà e la vita essendo quest'ultima dominata da un principio irrazionale e inintelligibile. Di fatto, Alfred Ill non riceverà alcuna risposta in merito alla decisione del Comitato sulla sua vita o sulla morte, ma lo scoprirà solo nella parte finale della pièce, dopo un'estenuante attesa beckettiana. L'uomo mette in scena il proprio dramma, si agita, scalpita, agisce, si infervora, compie scelte, ritorna sui suoi passi... Insomma, vive e prende parte al grande teatro dell'esistenza che vede riapparire costantemente, in uno stile simil-balzachiano, tutti i personaggi del passato e del presente in un destabilizzante turbinio di volti alla base di un effetto di smarrimento e confusione. Ciò vuole senza dubbio riprodurre la stessa precarietà e lo stesso disorientamento dell'uomo moderno in un periodo di transizione come gli anni '50 nei quali questi cerca, importando modelli culturali dall'estero (come ad esempio il "self-made man" americano) di ricostruire un'identità oramai sgretolata dal secondo conflitto mondiale. In questo mare magnum di instabilità e confusione, è possibile però scorgere un'unica certezza, tipica dell'eroe tragico: il protagonista sembra dover inevitabilmente pagare per gli sbagli che egli stesso ha commesso, senza possibilità alcuna di riscattarsi o di porvi rimedio. Che, velatamente, questa sia una critica nei confronti di chi ha affamato mezza Europa per le sue manie di grandezza? Non credo esista una risposta univoca, credo però sia interessante notare come il fine ultimo delle azioni dei personaggi del libro sia la vendetta e non il benessere personale.

  • Simbologia e Personaggi
Un'attenzione particolare nell'analisi della simbologia dell'opera la merita senza ombra di dubbio la cornice all'interno della quale la vicenda si sviluppa, ovvero la cittadina svizzera di Güllen (letamaio in Schwyzerdütsch). Güllen è infatti un piccolo borgo caduto in disgrazia che assomma bancarotta, disastro economico e disperazione. Da un punto di vista antropologico questo décor può essere considerato come un ritratto miserevole dell'uomo: molti dei personaggi della pièce non sono infatti presentati coi loro nomi propri ma solamente con le loro professioni o con il loro grado di parentela rispetto al borgomastro, quasi a sottolineare come il lavoro sia l'unica istanza in grado di riempirli di identità.

In secondo luogo, nell'opera si aggira la presenza intangibile di una pantera nera. spesso nominata ma mai apparsa manifestamente. Da un lato, potrebbe trattarsi di un simbolo della morte in agguato, capace di colpire il protagonista Alfred quando meno se lo aspetta; dall'altro, potrebbe rappresentare la vera natura celata degli abitanti di Güllen, atavicamente ingordi di sofferenza e violenza sul più debole. Si potrebbe trattare, in questo senso, di una sorta di manifestazione dell'istinto primordiale dei cittadini che si dimostra però soffocato dalla socialità dal reticolo delle loro ipocrite convenzioni borghesi.

Alla pantera si aggiungono le scarpe gialle, simbolo del presagio di morte del protagonista. Dal momento in cui la città comincia a indebitarsi le scarpe gialle spuntano come funghi, simili ad una sorta di correlativo oggettivo per Alfred che inizia a rendersi conto di poter ripagare le numerose Scarpe Gialle acquistate dai cittadini solamente con la sua dipartita. Si tratta sicuramente di un dettaglio da non trascurare, anche perché il loro colore non è un caso: il giallo è per antonomasia colore di invidia, pazzia, decadenza, ma soprattutto tradimento (come quello di Alfred nei confronti di Claire).

Güllen, la pantera e la scarpe gialle entrano a far parte della narrazione ricordandoci come i suoi attori stiano in realtà compiendo un'imperitura danza macabra. Claire e Ill sono quei ballerini che, con le loro movenze e i loro passi, ricordano come ognuno sia costretto, prima o poi, a pagare il prezzo degli errori che ha commesso. Queste due figure così opposte fra loro meritano una solida attenzione per via delle loro preziosissime venature antropologiche:
  • Claire Zachanassian, al secolo Klara Wäscher, ha dovuto cambiare nome in Claire Zachanassian in seguito alla gravidanza extraconiugale con Alfred, da lui subitamente smentita con un broglio durante il processo. Claire si dimostra sin dalle prime battute potente e dominante e, a testimonianza della sua Ohnmächtigkeit, capace di esercitare un controllo quasi totale sulle ferrovie, infrastrutture incide del progresso e del benessere economico del paese. La miliardaria è capace infatti, con un solo schiocco di dita, di far fermare un treno espresso nella dimenticata stazioncina di Güllen, meta soltanto dei convogli locali. Da un punto di vista allegorico, l'arresto del treno (sia in quanto oggetto che in quanto simbolo) può interpretarsi come la sospensione del progresso morale della società che, accerchiandosi attorno ad Alfred, lo stringe in una morsa di terrore e psicosi fino a spogliarlo della sua umanità. Il principale strumento di potere di Claire è il denaro, che le permette di comprare la giustizia della città di Güllen e le conferisce il ruolo di burattinaia-padrona della città e dei suoi abitanti. Il perché di questo interesse per una cittadina dimenticata dal mondo appare evidente da una delle sue frasi più celebri: "Il mondo ha fatto di me una puttana, io voglio fare del mondo un bordello", parafrasando "Così come Alfred ha reso di me una donna di bordello, allo stesso modo meritano di soffrire lui e il luogo in qui questo sopruso si è consumato". In virtù di queste affermazioni la miliardari sembra avere le fattezze di due delle più maestose figure della mitologia greca: le Moire e Medea. Il primo parallellismo sembra particolarmente azzeccato poiché Claire, esattamente come le Parche, si ritrova a decidere quando recidere il filo della vita, potere conferitogli dal Dio denaro capace di comprare la giustizia e le coscienze degli abitanti di Güllen. Il secondo accostamento è d'obbligo, poiché Claire non si arresta davanti a nulla ed è animata dalla sete di vendetta e riscatto del passato, entrmabi estinguibili sollo con la morte del protagonista. Nonostante la sua ira funesta, questa figura sembra conservare una certa umanità e lucidità emotiva in alcuni rari momenti di tenerezza. Chissà, forse anche lei, in fondo, desiderava solo una vita in compagnia di Alfred riscaldata dall'amore e dalla dolcezza che, purtroppo, le è stata brutalmente negata. Si può infatti dire che sia proprio questa negazione di sentimenti ad aver trasformato il nobile impulso all'amore in una forza distruttiva assetata di vendetta. Inoltre, alcuni hanno visto in questo personaggio una metafora molto velata del Führer e della Germania nell'epoca Hitleriana, ma le interpretazioni storiche le lascio volentieri a chi fa il critico di mestiere. 
  • Alfred Ill è lui il punto nevralgico dell'opera: è lui che ha messo incinta Claire, è lui che ha mentito al processo per uscire illeso ed è lui l'unico che può porre fine alla sete di vendetta di Claire. Durante lo snodo della vicenda Alfred sperimenta una sorta di processo catartico che lo porta alla consapevolezza del suo peccato e alla sua conseguente purificazione. Nonostante la catarsi, Ill rimane però un eroe tragico, costretto a pagare per gli errori commessi forse più per incoscienza che per cattiveria. Ill è a mio avviso un personaggio ambivalente poiché accende una riflessione inedita sulle colpe dell'uomo: è giusto pagare un prezzo così alto per un errore commesso non per cattiveria ma per incoscienza? Esiste un diritto all'oblio rispetto alle azioni lesive minori? Ill, è un personaggio per il quale si può provare compassione? Si tratta senza dubbio di domande alle quali ognuno può dare una risposta secondo la propria esegesi del testo. 

  • La forma
Ritornando alla dimensione letteraria dell'opera possiamo considerare ''La Visita della Vecchia Signora'' una tragicommedia classica: si tratta di una tragedia poiché raffigura con prezioso cinismo la morsa che si stringe attorno ad Alfred soffocandolo e determinando la sua condanna in nome dei peccati che, oramai, sembravano appartenere al passato; l'opera è anche una commedia intesa come gioco scherzoso per via dei numerosi siparietti comici nei quali Claire Zachanassian chiama a sé i suoi orrendi e ripugnanti servi o quando Alfred, nel tentativo di sedurla, si imbatte nella sua gamba di legno sulla quale lei tamburella allegramente; infine, l'aspetto classico è dato dalla presenza di cori che commentano le scene clou della pièce e trasmettono un giudizio morale da monito per il lettore. Nella parte finale dell'opera il coro è infatti caratterizzato da una grande moltitudine di voci che, all'unisono, ricordano i temi dell'Antigone di Sofocle: la povertà concepita come la peggiore delle catastrofi possibili, la supremazia dei forti sempre pronti a sopraffare i più deboli e le chiese vuote e sconsacrate, correlativo oggettivo della mancanza di moralità nella società, quest'ultima dominata dalla legge del denaro e del più forte.

  • La grandezza
Ma cosa fa di quest'opera un vero e proprio capolavoro della letteratura mondiale? Il fatto che questa pièce possa essere letta in ogni epoca e si presenti sempre come una fonte di verità fondamentali sull'uomo. Le isotopie sono molteplici e tutte terribilmente attuali: la vendetta, che sembra perpetrare in ogni nostro atto, la colpa individuale e quella collettiva, fin dove si è responsabili delle proprie azioni? È giusto pagare nel presente per gli errori commessi nel passato?, la corruzione (e qua ci sarebbe da scrivere, soprattutto in ambito politico) e la potenza del denaro, che attua una sorta di lavaggio del cervello e asservisce tutti a sé stesso. Geld ist Macht, il denaro è potere, e può comprare sia la giustizia dello sia i grandi valori umanistici che appaiono così instabili, tanto quando la cultura e la società dell'epoca. 

Un libro è un capolavoro quando, indipendentemente dall'epoca in cui questo viene letto, è capace di leggere la filigrana antropologica e la struttura morale dell'uomo indipendentemente dal contesto. Per constatare se, effettivamente, ''La Visita della Vecchia Signora'' compia questo tipo di analisi, credo sia sufficiente riflettere sui movimenti dell'instabile situazione estera attuale. La risposta è alquanto ovvia ed esplicativa della valenza letteraria mondiale di questo romanzo che, "im schmalen Format, den Rang von Weltliteratur hat". 


Bibliografia: 
Dürrenmatt, F. (1956), Der Besuch der alten Dame. Eine tragische Komödie, Neufassung 1980 Zürich: Diogenes. Traduzione italiana di Rendi, A. (1989), La visita della vecchia signora, Torino: Einaudi, “Collezione di teatro”.


Ringrazio la mia amica Elena per l'aiuto nella correzione di alcuni refusi di questo articolo. 

sabato 15 febbraio 2020

Ipocrisia

Riflessione sull'ipocrisia (tratto da una storia vera)


La vera domanda, quella che avresti dovuto fare è: “Cosa si cela sotto la maschera?” Io ti dico che dietro alle tue maschere c’è Dio, ci sei Tu, un essere eterno ed infinito, lo hai solo dimenticato. Ti sei identificato a tal punto nelle maschere che hai perso di vista chi sei veramente. La maschera come ti ho già detto, è uno strumento progettato per aiutarti a vivere in società, ma è solo uno strumento! Questo ha preso però il sopravvento e ti gestisce, non sei più l’attore che indossa le maschere ma sei diventato i personaggi delle varie commedie che interpreti, talmente identificato che quando te li togli di dosso non trovi niente e nessuno. Quel “Niente” che tu senti è in realtà il “Tutto”, tu non lo percepisci in quanto non ne hai ancora consapevolezza: tu sei la goccia nell’oceano, sei una cellula di un organismo, sei un atomo della materia. Quel Niente che percepisci rappresenta l’integrazione totale, è il passaggio dall’individuale al collettivo, la morte dell’ego. Sotto alle maschere vi è un “Essere Immortale” che è in grado di utilizzare tutti gli strumenti messi a sua disposizione per contribuire alla evoluzione dell’universo. (Tratto dal romanzo Dialogando con il maestro di Luigi Pirandello)

Non trovo passo della letteratura che possa spiegare meglio l'inconsistenza delle convenzioni borghesi e delle persone che vi aderiscono. La forma sociale prende il sopravvento sul vero essere e annienta ogni tipo di iniziativa personale e peculiarità. Forse è proprio questo ciò da cui gli uomini cercano di fuggire: l'insostenibile peso dell'eccezionalità che ci ricorda quanto in realtà, dietro lo sfarzo e il lusso che alcuni proiettano al loro esterno, si nasconda la loro misera insignificanza. 

martedì 20 agosto 2019

Fabrizio De André, Le Acciughe Fanno il Pallone - Una Piccola Interpretazione

Ascoltavo un vecchio vinile che conservavo gelosamente in soffitta quando, tutto a un tratto, mi sono accorto della bellezza della canzone di Dé André Le Acciughe Fanno il Pallone. Un pezzo di raro pregio che, dietro ad un'apparente semplicità, nasconde un significato celato estremamente elaborato. La bellezza di questo brano emerge in particolar modo in una delle sue ultime esecuzioni live dello stesso De André al Teatro Brancaccio di Roma (1998): 


Ma diamo un'occhiata più da vicino al testo che, nella sua linearità, nasconde non poche piste interpretative:


Le acciughe fanno il pallone
che sotto c'è l'alalunga
se non butti la rete
non te ne lascia una

Le acciughe fanno il cosiddetto "pallone" quando si sentono attaccate dal loro predatore più temuto: l'alalunga. Il loro comportamento non è per niente ingiustificato, visto che tale pesce si ciba delle povere acciughe che, dopo esser sfuggite alle reti dei pescatori, devono preoccuparsi anche di questo nemico. Ciononostante, questa prima strofa è un invito a godere della vita, ad abbracciare il motto del Carpe Diem in tutte le sue possibili sfumature. Nessun tentennamento, solo fatti: il pescatore non può esitare nel lanciare la propria rete, altrimenti il pesce si sarà già volatilizzato. Ma qui la rappresentazione di tali esseri viventi sembra caricarsi di una valenza molto più alta rispetto a quella tipica del mondo rurale dei pescatori, per i quali vale tale detto. Scrive Nicolò Zancan a tal proposito:  

"A Genova la storia si tramanda da generazioni. Al principio del mondo, le acciughe erano stelle. Fu la luna, invidiosa della loro luminescenza, a cacciarle in mare. Ecco perché tornano in superficie ogni volta, attirate dal miraggio artificiale delle lampare. Vorrebbero ricongiungersi al cielo, ma finiscono nelle reti. I pescatori di acciughe sono pescatori di stelle, in qualche modo."

Un rapporto ancestrale fra mare e cielo, riallacciato al presente grazie al mito e alla tradizione, preziosi argomenti di autorità nelle canzoni di Faber. Tuttavia, la Cultura (non a caso con la "c" maiuscola) nelle sue canzoni non è manifesta, bensì latente, visibile solo agli occhi dei lettori più addenti ed eruditi.


E alla riva sbarcherò
alla riva verrà la gente
questi pesci sorpresi
li venderò per niente

Qui sembra riproporsi ancora una volta il più grande errore nella storia dell'umanità: il passaggio dal baratto alla moneta. Le acciughe non sono più utilizzate per il loro valore simbolico ma sono reificate, ridotte a merce, e perdono la loro venatura poetica, culturale e folkloristica. La "riduzione" del cibo a moneta è un topos letterario parecchio diffuso nella letteratura italiana, prima fra tutti quella del dopoguerra, che vedeva nel cibo un simbolo di opulenza e deferenza sociale (si pensi al famoso pranzo come metafora dell'unificazione italiana ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa).


Se sbarcherò alla foce
e alla foce non c'è nessuno
la faccia mi laverò
nell'acqua del torrente

Nella storia della letteratura l'acqua occupa un posto di rilievo poiché indice di purezza e base della cucina, in quanto ingrediente fondamentale per la preparazione dei cibi. Ciononostante, in questa strofa, l'acqua è agitata, è un torrente, che sembra rinviare ai moti cantati di Wolf Biermann nella sua celebre canzone Warte nicht auf bess're Zeiten (https://www.youtube.com/watch?v=GSw5H4tY29A) e che suggerisce l'idea di un rituale di purificazione.


Ogni tre ami
c'è una stella marina
amo per amo
c'è una stella che trema
ogni tre lacrime
batte la campana

Passan le villeggianti
con gli occhi di vetro scuro
passan sotto le reti
che asciugano sul muro

Questo passaggio induce a una riflessione più profonda sulla simbologia stella marina. Nella simbologia cristiana la stella rappresenta la Vergine Maria, la Stella Maris per l'appunto, la stella del mare, che con amore aiutava i naviganti a viaggiare sicuri sulle acque agitate. Inoltre, tale simbolo marino era anche emblema di salvezza nei momenti difficili. La stella e la stella marina vengono viste come simboli celesti e, come tali, rappresentano l'infinito amore divino. Oltre all'amore, la stella possiede anche caratteristiche quali l'orientamento, la vigilanza, l'ispirazione, la brillantezza e l'intuizione. In questo contesto la stella marina sembra rimandare alla raffigurazione della povertà del mondo rurale che, "amo per amo", dipinge un bellissimo quadro della meticolosità e ripetitività del lavoro dei pescatori sulle loro reti. 


E in mare c'è una fortuna
che viene dall'oriente
che tutti l'hanno vista
e nessuno la prende


I segreti del mare si dimostrano inaccessibli a noi mortali, non possiamo fare altro se non osservare il mare in modo passivo mentre questo ci giudica. Ma forse è giusto così, poiché la mente umana non può esaurire ogni dubbio che la assale.


Ogni tre ami
c'è una stella marina
ogni tre stelle
c'è un aereo che vola
ogni tre notti
un sogno che mi consola

Bottiglia legata stretta
come un'esca da trascinare
sorso di vena dolce
che liberi dal male

Il tema della bottiglia si addice molto alla poesia. Secondo la "erste genuine Stimme der deutschen Republik" Durs Grünbein la poesia può essere considerata come un message in a bottle, un ritrovamento casuale, un'emersione ritrovata sul bagnasciuga per puro caso e letto con stupore dal fortunato. Ed ancora nel pensiero grünbeiniano ritroviamo l'immagine di una seppiolina, simbolo del poeta che risale dalle profondità della sua coscienza curioso dei tesori che porta alla luce.


Se prendo il pesce d'oro
ve la farò vedere
se prendo il pesce d'oro
mi sposerò all'altare

Un bel chiasmo qua, fra la piccolezza e l'apparente inutilità del pesciolino che, invece, per via dei suoi riflessi e per il ruolo fondamentale nell'alimentazione dei pescatori si trasforma in un pesce d'oro, scalzando dal podio l'alalunga nella catena alimentare. 


Ogni tre ami
c'è una stella marina
ogni tre stelle
c'è un aereo che vola
ogni balcone
una bocca che m'innamora

Ogni tre ami
c'è una stella marina
ogni tre stelle c'è un aereo che vola
ogni balcone
una bocca che m'innamora

Le acciughe fanno il pallone
che sotto c'è l'alalunga
se non butti la rete
non te ne resta una
non te ne lascia una
non te ne lascia

Cornice di tutta la ballata è infine l'invito a cogliere l'attimo, sapiente monito per coloro che spesso stentano a prendere una decisione. Il pescatore che tentenna nel tirare la rete resterà senza dubbio a bocca asciutta. 


Sitografia: 
http://www.giuseppecirigliano.it/FDA/Le_acciughe_fanno_il_pallone.htm
https://www.lastampa.it/2012/05/01/blogs/vieni-avanti-creativo/le-acciughe-fanno-il-pallone-per-sfuggire-al-predatore-alalunga-TmA6XDMBzGhsUMR1sUXw2N/pagina.html
https://www.rockit.it/fabriziodeandre/canzone/le-acciughe-fanno-il-pallone/102607
https://significatocanzone.it/le-acciughe-fanno-il-pallone-fabrizio-de-andre
https://simbolisignificato.it/simboli-amore/animali-simboli-amore

sabato 10 agosto 2019

Recensione - "Wafer" di Leonardo Giorgi

Ligne de faille

Giorgi, L. (2019). ‘U Sfinciuni. Wafer. Ravenna: Sensoinverso Edizioni, “Collana Extra” LINK PER L'ACQUISTO

Ecco qua una short story alquanto inusuale, priva (ma non del tutto) di riferimenti al mondo del mare, incentrata tuttavia su di un contesto conosciuto alla maggior parte del popolo italiano: quello del terremoto di Macerata del 30 Ottobre 2016. Non si può dunque in questo caso non notare un intreccio molto forte fra Storia e storia personale del protagonista che, nel genere fantasy, ogni tanto lascia il posto a numerosi voli pindarici. Il dato reale è molto forte, sottolineato dall’utilizzo, nei dialoghi, di espressioni a volte parecchio colorite che rinfocolano il tono moderno dell’opera. Non a caso Brevini nella sua pubblicazione La letteratura degli italiani. Perché molti la celebrano e pochi la amano ci ricorda che la vera letteratura italiana è quella del dialetto, della libera espressione non soggetta alla mediazione di una lingua che, nel XIX secolo, era percepita come imposizione da parte della maggior parte degli scrittori. Giorgi
Il libro di Henry Bauchau citato nella
parte finale della recensione. 
non scende a compromessi col dialetto ma distorce e abbassa vorticosamente il registro sull’incipit per “colpire” volutamente il lettore e tenere viva la sua attenzione. Che dire, una sapiente retorica propria dello stile di chi, con le parole, ci lavora. Non a caso Leonardo è giornalista, ma sono fermamente convinto che non apostroferà mai nessuno, in uno dei suoi articoli, con l’insulto “mangi di merda” o “butti i tuoi soldi per le più grosse stronzate immaginabili”. Tal sorte non si applica purtroppo al protagonista della short story che, invece, agli albori della vicenda, vede vomitarsi addosso le peggiori cattiverie. Quello che appare evidente è piuttosto un tentativo di venire a patti con uno stato psichico paragonabile a quello della Trümmerliteratur (letteratura delle macerie) della Germania del secondo dopoguerra: uno stato di smarrimento, di mancanza di punti di riferimento, di attribuzione di colpe e ricerca di spiegazioni razionali. Il terremoto non solo crea distruzione da un punto di vista fisico e biologico ma anche psicologico e sociale, è una ligne de faille, un avvenimento catastrofico che scinde la vita in un prima e un dopo. Non mancano infatti continui riferimenti al concetto di sistematizzazione logica, rassicurante antidoto contro un mondo che sembra mancare di razionalità. Destino o casualità? Segno o caso? Un dilemma rimasto irrisolto da tempo. Preferisco però lasciare inferire al lettore come questa dicotomia si applichi allo spirito dell'opera. La metafora del Wafer a conclusione del racconto è parecchio esplicativa e rappresenta il déclic della “guarigione” del protagonista che si converte alla filosofia del caso. Spesso la sociologia della letteratura si è interessata del rapporto fra cibo e letteratura. I dolci sono oramai associati a un determinato stato psicologico di sofferenza, chi non ha in mente la scena di una delusione d’amore compensata con gli zuccheri contenuti in una vaschetta da 5kg di gelato scofanata in solitudine davanti alla televisione guardando C’è posta per te? In questo caso il parallelismo non è per nulla casuale, è solo sufficiente attribuirgli il significato metaforico di Sadia per trovare la chiave di volta della vicenda. Ultimo ma non per importanza un riferimento intertestuale che ho rintracciato in quest’opera con un testo della letteratura francese contemporanea, Antigone di Henri Bauchau, riscrittura del mito greco dell’Antigone di Sofocle. Questo libro ci ricorda infatti che “C’est lorsqu’on perd les points de repères que l’on se retrouve” (è quando si perdono i punti di riferimento che ci si ritrova). Non a caso nel racconto si nasconde un Edipo, al lettore di trovarlo. 

10 agosto '19



Colgo inoltre l'occasione per ricordare che a breve uscirà il nuovo romanzo di Leonardo Giorgi. Stay tuned per rimanere al corrente degli sviluppi! 

lunedì 5 agosto 2019

Recensione - "Oltre le Nuvole" di Marco Rubboli

La Liminalità delle nuvole

Rubboli, M. (2019). ‘U Sfinciuni. Oltre le Nuvole. Ravenna: Sensoinverso Edizioni, “Collana Extra” LINK PER L'ACQUISTO


L'album di Fabrizio de' André "Le nuvole" (1990)
Non capita spesso di leggere storie fantasy così tanto intrise di poeticità come quella di Marco Rubboli intitolata Oltre le nuvole. Le nuvole sono forse un tema che si addice di più ai poeti, basti pensare ai cantautori che si sono interessati alle vaporose e noncuranti navi bianche che svolazzano in cielo e ogni tanto si reificano in qualche album come Le Nuvole di Fabrizio De’ André. Ma qual è la vera funzione di questi giganti di zucchero filato? Forse non ci è dato saperlo, ci basta però notare che spesso le nuvole filtrano i raggi del sole dando vita a meravigliose colorazioni del cielo, soprattutto all’imbrunire. Il parallelismo non è casuale poiché in tutta la short story è presente una minuziosa attenzione al colore, una sorta di cromatismo capace di rinforzare l’impressione di un reale narrativo “fittizio” che, forse, ogni scritto fantasy dovrebbe avere. Vi è tuttavia un ulteriore elemento caratterizzante nella vicenda, diametralmente opposto (o forse no) a quello nelle nuvole: la pietra. In genere la letteratura, così come la filosofia, ci restituisce un’immagine dei massi abbastanza negativa o ingombrante (si pensi al Mythe de Sisyphe di Albert Camus) che cozza brutalmente con quella proposta da Marco Rubboli, la quale sembra diventare sempre più parte del protagonista e proteggerlo dai mali e dai pericoli sul suo cammino. C’è un momento molto bello nel quale le due istanze del protagonista e della pietra si sovrappongono, creando una sorta di sincretismo che li porta alla salvezza, questa di colore azzurro, naturalmente, in virtù dell’accentuata attenzione alle sfumature. È proprio questo il momento in cui si fa viva la liminalità delle nuvole, dopo la resilienza del protagonista e il suo slancio verso l’azzurro della salvezza. Franco La Cecla, nel suo libro Il Malinteso: antropologia dell’incontro, considera il malinteso come un territorio di confine, liminale per l’appunto, nel quale le identità delle persone si incontrano tra loro. Anche in questo caso parliamo di un territorio al confine, nel quale due istanze si scontrano, ma preferisco lasciare al lettore inferire quali queste siano. Concludendo, quello che emerge da una lettura del testo è una grandissima attenzione al dettaglio, alle parole, e alle nuances. Si tratta di un bellissimo testo, di matrice impressionistica che assomma in sé resilienza, liminalità e aspetti cromatici che rinforzano l’impressione del reale che ogni tanto si perde nella narrativa fantasy. Il finale scioglie con un colpo di scena la tensione creata a partire dalle prime righe. Un vero e proprio viaggio. Dove, però, si scopre solo negli ultimi sospiri della narrazione.


Altri romanzi dell'autore: Rubboli, M. (2018). Per la corona d'acciaio, Roma: Watson Edizioni, "True Fantasy". LINK PER L'ACQUISTO


03 agosto ’19

venerdì 2 agosto 2019

Recensione - "L'Isola delle Sirene" di Caterina Franciosi

Hybris e Sirene 

Franciosi, C. (2019). ‘U Sfinciuni. L’isola delle Sirene. Ravenna: Sensoinverso Edizioni, “Collana Extra” QUI PER L'ACQUISTO

Il racconto L’isola delle Sirene di Caterina Franciosi è senza dubbio un testo semplice, di facile lettura, che nasconde tuttavia una grande quantità di simboli e isotopie proprie del mare, a cominciare dal vecchio barbuto che narra la storia ai suoi nipotini, vera cornice della narrazione e detonatore del processo di digressione temporale tipica della tecnica narrativa del flashback. Un tempo incessante, scandito dal ticchettio dell'orologio, come Caterina ricorda anche nella sua short story Tic Toc (QUI il blog di Caterina se siete curiosi!). Sembra quasi che sia lui, in virtù della sua età, l’unico a poter parlare di uno dei lapalissiani segreti che il mare custodisce: le Sirene. Guai a peccare di hybris e tentare di dare una spiegazione razionale ai misteri dell’oceano. Come dimenticarsi della lacrima nell’oceano di Ulisse e della sottrazione di fluidi, quasi a sottolineare la gelosia e la presunzione dell’immensa distesa d’acqua? Il mare non si esprime, non
Una raffigurazione della Loreley di Heinrich Heine
consola, ma si intuisce cosa direbbe se potesse parlare. “Siamo tutti fratelli in mare” cita il racconto, forse un tentativo di recuperare una social catena oramai perduta fra chi cerca di opporsi all’impeto che nessuno risparmia, nemmeno chi ha perso tutto? Il tema delle sirene sapientemente tratteggiato in questa storia sembra ricondurci alla leggenda della Loreley di Heinrich Heine (della quale il celebre gruppo degli Scorpions ha cantato una bellissima ballata) per poi smentirla pienamente. In questo contesto le sirene sono spogliate di ogni significato mitologico e riattualizzate con uno nuovo, che lascio inferire al lettore. Di qui il tema della tempesta, come dice Branduardi, “se la vita è tempesta, tempesta allora sarà”. Il protagonista del flashback non si tira infatti indietro di fronte alle avversità del viaggio, ma le abbraccia con stoico spirito di iniziativa. Chi racconta non è più un eroe del presente che non sa per quali valori lottare, è un eroe classico, che ha ben chiaro il suo scopo e cosa fare per realizzarlo. In questo racconto ritroviamo quindi un bellissimo chiasmo giocato fra il recupero dell’eroe classico e la “rimozione” del mito della sirena seduttrice. Inutile infine rimarcare che lo stile di Caterina è unico e inimitabile, capace di far risorgere termini di rara bellezza e ricercatezza, quali ad esempio il verbo “baluginare” che, a mio avviso, si addice parecchio alla materia del racconto. Che dire, un “colpo di coda” in grande stile, quasi quanto il nome Nereios, diretto riferimento al movimento ondino delle acque del mare sulla riva che, purtroppo o per fortuna, solo chi ha solide competenze linguistico-filologiche riesce a cogliere ad una prima lettura.

02 agosto ’19

martedì 18 settembre 2018

Il Legame Letteratura-Realtà


Il primo anno di università non si scorda mai, soprattutto se ti ritrovi a dare l'esame di Letteratura Italiana. Tomi da leggere e concetti da far propri, interiorizzare e saper presentare in occasione della prova finale, la quale sortirà una valutazione in trentesimi. È un vero peccato che, per molti, la letteratura sia accostata solamente al dovere e alle elucubrazioni mentali di persone incapaci di vivere che sfogano le loro frustrazioni scrivendo lunghi e noiosi romanzi. Secondo alcuni studenti, che mi è capitato di conoscere in prima persona e che, nonostante tutto, ad oggi sono miei grandi amici, la Letteratura si dimostra lontana dalla realtà, anacronistica, in sostanza una fuga dal reale. È dunque molto difficile per le persone più pragmatiche di me (non che ci voglia tanto) concepire un intero esame su pagine e pagine da leggere nelle quali non spesso si ritrova alcun concetto. 

Mi viene in mente dunque la distinzione di Adorno tra "Autonome Kunst" (Arte Autonoma) e "Engagierte Kunst" (Arte Impegnata). Con Autonome Kunst (intesa come arte pura, assoluta) si fa riferimento ad una pura arte formale delle parole che pone al centro dell’atto poetico l’autonomia della lingua rispetto alla società e al contesto storico nel quale essa nasce. La AK non vuole rimandare alla realtà ma è da considerarsi senza scopo, non influenzata dalle correnti circostanze politico-economiche. Nella AK l’accento è posto sulla creazione estetico-formale e non sulla materia/contenuto. Adorno parla in questo caso di Klangzauber (magia del suono). Con Engagierte Kunst si fa riferimento ad una letteratura impegnata che presuppone invece una presa di posizione in ambito religioso, sociale, ideologico o politico che mira al mutamento delle coscienza/consapevolezza dei lettori. La EK è la letteratura dell’azione, della presa di posizione, dell’entrata in relazione con la circostanza (contesto socio economico) e dell’espressione delle responsabilità personali dello scrittore nei confronti di alcune ideologie.

Ma qual è dunque l'approccio giusto che la Letteratura deve assumere nei confronti della realtà? A mio avviso, se, come dice il poeta, scrittore e drammaturgo Davide Rondoni, la letteratura è esperienza, la risposta mi pare alquanto ovvia.

venerdì 14 settembre 2018

Recensione - "Il Marinaio e la Sirena" di Caterina Franciosi

Chissà quante volte vi è capitato di andare in vacanza, lasciando da parte le preoccupazioni quotidiane, e di riflettere su quale fosse la perfetta lettura estiva. Un dolce interrogativo che, senza alcun dubbio, lascia irrisposte non poche questioni: Che autore? Che genere? Quale lunghezza? Quale formato? Un libro impegnativo o una lettura leggera? Ebook o formato cartaceo (di cui un bell'articolo della mia carissima amica Caterina consultabile QUI)? Se non avete voglia di arrovellarvi ulteriormente di seguito la recensione, scritta da me, su uno degli "esiti più felici della narrativa fantasy": 


Di seguito il link del blog della mia esimia collega, al quale potete trovare ulteriori recensioni in merito alla raccolta in questione QUI PER IL BLOG DI CATERINA





Il Canto del Mare

Franciosi, C. (2018) Il Marinaio e la Sirena. Milano: GDS, “Dreamscapes. I Racconti Perduti” - Link per l'acquisto QUI


Il racconto Il Marinaio e la Sirena di Caterina Franciosi è uno degli esiti più felici della narrativa Fantasy, capace di riprodurre, in una trama apparentemente semplice e lineare, lo stesso movimento delle onde del mare, reso con frasi brevi ma coerenti e coese che si susseguono esattamente come le onde sulla riva. Tale elemento discosta il racconto da quel “mare” (perdonatemi il pleonasmo) di Short Stories che si vedono spesso pubblicate online da autori privi di vere competenze. Si tratta di un testo che trova, nella linearità del suo stile, una perfetta ciclicità poiché la citazione posta all’inizio dell’opera apre e chiude la finzione narrativa. Niente di meglio che mettere subito in chiaro le cose con un “presagio” di addio, rappresentato da un argomento di autorità come la citazione di Fabrizio De André tratta dalla ballata “Il Re Fa Rullare i Tamburi” che, in questo caso, sembra subito creare delle aspettative e suggerire una direzione interpretativa ben precisa. Che nel testo si celino per caso altri riferimenti a qualcuna “che gli ha rapito il cuore”? Nel testo i richiami al mondo della musica sono molteplici, a partire dal flauto e dall’antica melodia della quale il Marinaio si ricorda nelle prime pagine. È per caso una metafora della musica del mare? Restando in materia, già dall’incipit ho trovato questo racconto molto interessante per via delle sue involontarie analogie con la celebre La Leggenda di Cristalda e Pizzomunno di Max Gazzé; il perché mi pare ovvio se avete letto il libro e ascoltato la canzone! Passando ai personaggi, trovo la loro caratterizzazione molto azzeccata, resa con termini ricchi di sfumature ma che, al tempo stesso, sembrano disegnare minuziosamente i contorni di una sagoma, o forse due: quelle dei nostri protagonisti. Di Eveline e Frank dei Dubliners ne avete mai sentito parlare? James Joyce sicuramente sì! Concludendo, un bel racconto, di spessore, diverso da tutti quelli che si leggono in giro, scritto dalla sapiente mano di una giovane scrittrice che, in una storia di poche pagine, ha tematizzato, a sua insaputa, il saldo anello di congiunzione tra la musica e l’uomo: il mare. Un’affascinante Short Story, da leggere sotto l’ombrellone in spiaggia o in una tranquilla sera d’estate sul proprio balconcino guardando il mare, la colonna sonora perfetta per la lettura. Il Canto del Mare diceva Zarrillo, o sbaglio? 

mercoledì 25 aprile 2018

G.Valente - La Locomotiva di Lemuri (2018)

Scivola e scia la locomotiva
su una scintillante scia di sciabole sciolte al sole.
L'incedere elegante.

Freme il viaggiatore
con i suoi pensieri e i suoi ricordi
nella stazione senza tempo,
teatro di vita, morte e impeti.

Freme la locomotiva,
ch'or s'accinge
a salire sul palco.
L'incedere elegante.

Eccolo lo sciacallo,
la fame verace,
nulla risparmia
se non i lemuri che
ora giaciono,
per testa, cuore o denaro,
invisibili e immuni
sotto le sue ruote.

E nelle loro livree
intrise di desideri di felicità
si respira
il profumo dei fiori del Dilà;

Non alloro bensì crisantemi.

lunedì 8 gennaio 2018

Il Teatro di Eduardo De Filippo




Eduardo De’ Filippo ha sempre tentato di emancipare Napoli dal dilagante meridionalismo degli anni ’50 ed ha utilizzato questa città come mezzo e cornice per la maggior parte delle sue opere, come possiamo ben notare nel famosissimo sketch della Tazza di caffé presa sul balcone della sua modesta dimora. Eduardo ha sempre separato, infatti, la letteratura meridionale dallo stereotipo del meridione ed ha trovato il giusto compromesso tra teatro in lingua Napoletana (vernacolare) e in lingua italiana (standard) in un teatro nuovo. 





Così come Pirandello e il Clown anche Eduardo ha elaborato una sua concezione del tema della maschera, approdando ad una vera e propria ''visione'': la maschera può esprimere sia la gioia sia il pianto e simula, con la sua staticità e fissità, molte espressioni diverse. Nel suo teatro i gesti sono essenziali e vengono, pertanto, amplificati dalla maschera. In questo senso questo strumento può essere considerato come una grande cassa di risonanza, che teatralizza al meglio i gesti semplicemente accennati degli attori. I temi dell'opera sono quelli tipici del dopoguerra, e riposano su una delle convenzioni sociali peggiori di tutto il sistema borghese: la fatidica frase "Se non hai i soldi non sei nessuno", tanto diffusa e apprezzata del capitalismo e dalla sua sovrastruttura concettuale basata sull'utilitarismo. Effettivamente Pirandello ed Eduardo sembrano condividere alcune caratteristiche tra di loro. Entrambi accostano dramma e comicità, entrambi lasciano il finale delle loro opere aperto a libere interpretazioni, entrambi fanno dell'ambiguità delle situazioni la propria materia letteraria, ed entrambi cercano di individuare e criticare la società del tempo facendo ricorso all'ironia e al detto-non detto.






Non bisogna inoltre dimenticare un altro dei punti cardine di tutto il teatro di De' Filippo: la comicità. Questa ha valore sociale, un riscontro reale e rispetta la realtà in quanto affonda le proprie radici proprio in quest’ultima. La comicità allude a ciò che accade nella società al giorno d’oggi e fa di ciò materia per le sue rappresentazioni. Qua è possibile trovare una grandissima frattura con il concetto di oggi che si dimostra legato, invece, prevalentemente alla parola, al gioco linguistico, e poco ai contenuti. Con la Comicità è possibile comunicare un messaggio ben preciso, passando per un ''canale'' diverso da quello linguistico. Ecco che funzione può avere un semplice spernacchio nella critica sociale. Sempre citando il fenomeno linguistico è necessario notare come il teatro di Eduardo sia capace di legare insieme due linguaggi e sciogliere il fenomeno di diglossia tipico della lingua italiana e del dialetto. Nelle situazioni più informali i personaggi si esprimono con un linguaggio vernacolare, in questo caso il dialetto napoletano, e questi ultimi sono espressione, a tempo stesso, di un determinato sistema di valori fortemente radicato nella varietà linguistica vernacolare. Le scene più formali sono, invece, in italiano. Adottando questo espediente ci si rende conto di quanto la lingua letteraria sia un carcere per il teatro poiché impone un processo di adattamento da parte dello scrittore; il dialetto, invece, essendo legato alla realtà e toccando le corde più intime dell'animo di chi scrive, permette al teatro di esprimersi compiutamente. Il grande teatro passa, dunque, per il dialetto, ovviando il filtro della lingua letteraria. Non era forse Pirandello colui che ipotizzò per la prima volta l'esistenza di scrittori di parole (improntati sull'arte della retorica e sulla lingua letteraria) e scrittori di cose (incentrati sulla poetica delle piccole cose e sull'espressione di sé per mezzo del dialetto)? 



Quindi, in sostanza, quali sono i caratteri fondamentali del Teatro di Eduardo De Filippo? Il teatro è un mezzo di divulgazione diverso dalla televisione che racconta la gente, è legato alla realtà e si esprime con un linguaggio vernacolare (recitato nella lingua degli attori e senza i filtri della e della lingua standard), sottolinea l'importanza degli ideali e delle sovrastrutture concettuali dei personaggi e pone al centro dell'opera il valore della speranza, la miseria del dopoguerra proponendo un'analisi antropologica dei rapporti nell'habitat sociale criticando, al tempo stesso, i suoi costumi.  



 I fantasmi siamo noi quando non vogliamo ammettere che una realtà ci annienta
la sua teatralità.

venerdì 1 aprile 2016

Il Treno Nella Letteratura Europea

Misano Adriatico, 1 Aprile 2016

Mi sono semprre chiesto quale fosse stata l'importanza del treno nella letteratura italiana e europea. Per trovare risposta a questa mia domanda ho pensato di pubblicare un piccolo estratto dal libro Treni di Carta di Remo Ceserani, nel tentativo di scoprire qualcosa di più interessante; è emerso questo:

Remo Ceserani, Treni di carta - L'immaginario in
Ferrovia; l'irruzione del treno nella letteratura moderna
Il dato di cui dispongo è quello di una presenza complessiva assai rara del tema del treno nella letteratura italiana dell’Ottocento, a fronte di una forte presenza delle ferrovie nel paesaggio economico-sociale del paese. Anche gli studiosi Tedeschi lamentano una scarsa presenza di tutta la tematica industriale nella loro poesia dell’Ottocento e la considerano il segno di un pericoloso distacco dell’arte dalla realtà, dovuto alla tendenza degli intellettuali e dei poeti a cercar rifugio in un paesaggio idilliaco, nostalgico, passatista; evidentemente queste caratteristiche e queste tendenze sono nella letteratura italiana dell’Ottocento ancora più forti. In secondo luogo [il mezzo di trasporto del treno] produsse una nuova figura, quella del seccatore appassionato di ferrovie. [...] Ma a cosa serviva il progresso scientifico senza un progresso morale? le ferrovie consentivano semplicemente alla gente di andare in giro, incontrarsi, ed essere stupidi insieme.

Les données dont je dispose sont celles d’une présence dans l’ensemble très rare du train au sein de la littérature italienne du XIXe siècle face à un très fort développement des chemins de fer dans le panorama socio-économique d’Italie. À ce propos, les experts du monde ferroviaire allemand se plaignent d’une faible existence de toute thématique industrielle dans leur littérature du XIXe siècle, et considèrent le signe d’un détachement d’art dangereux de la réalité en raison de la tendance des intellectuels et des poètes à se réfugier dans un monde idyllique, nostalgique et passéiste; de toute évidence ces caractéristiques sont encore plus fortes dans la littérature italienne du XIXe siècle. Par ailleurs, le monde actuel des trains a créé une nouvelle figure celle de l’importun des chemins de fer. Mais qu’est-ce que le progrès scientifique en l’absence de progrès moral? Les chemins de fer permettaient seulement aux gens de se balader, de se rencontrer et d’être tous ensemble stupides en même temps.

(R.Ceserani, Treni di Carta - L’immaginario in ferrovia: l’irruzione del treno nella letteratura moderna, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p.13; 35)

mercoledì 6 gennaio 2016

La Maschera di Pirandello e del Pagliaccio

6/01/2015, Misano Adriatico 


Scrive Maria Zambrano nel suo libro ''Il Pagliaccio e la Filosofia''


'' Il pagliaccio non incarna nessun personaggio, piuttosto lo crea; scende in pista coperto da una maschera per meglio impiegare la propria anima. [...] Il pagliaccio depone la maschera dell'uomo sociale e rispettabile per lasciare che l'anima giochi liberamente al cospetto del pubblico, nel cerchio che rappresenta il mondo.''

In questa massima si percepisce l'eco di uno dei concetti chiave alla base del pensiero Pirandelliano: la maschera, quella veste esteriore che l'individuo indossa nella società; una copertura, in altri termini, che nasconde le verità celate nella parte più profonda del nostro animo. 

Ciononostante, la condizione Pirandelliana non riguarda il pagliaccio, che si serve della maschera per dare vita ad un personaggio fittizio, libero dalle convenzioni sociali, che tuttavia rappresenta. Il pagliaccio è il vero Istrione tanto cantato da Charles Aznavour che ci consegna una immagine di sé e con la quale gioca.

Queste sono le differenze delle due maschere: mentre la prima sancisce dei veri e propri rapporti di inautenticità (secondo Pirandello, gli uomini non si dimostrano mai come sono veramente) nel tentativo di dimostrarsi sociali e rispettabili, la seconda è usata come strumento per disfarsi di questa immagine e, al contrario, mostra un uomo agonizzante, in tutto il suo patetismo, che tenta inutilmente di aderire a delle inconsistenti convenzioni sociali, nel tentativo di attribuirsi una identità. 

venerdì 13 novembre 2015

''Verrà la Morte avrà i tuoi Occhi'' di Cesare Pavese

13/11/2015, Misano Adriatico


Ho deciso oggi di parlare di una delle mie poesie preferite della letteratura italiana. In questo componimento trovano espressioni alcuni tratti fondamentali e universali della vita umana, e ci ricorda quanto, la nostra vita, non sia altro che soffio vitale e che, coloro che si credono potenti, devono ricordarsi della loro condizione di transitorietà.

È la poesia che dà il titolo all’ultima raccolta di Pavese uscita postuma. In questa lirica trovano espressione l’amore non ricambiato per l’attrice americana Constance Dowling e la tentazione del suicidio, considerato come vizio assurdo. Tuttavia, il dato autobiografico dello scrittore è traslato in una dimensione assoluta ed assume, dunque, valenza universale.



Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –

questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo ’50


Nella Poesia coesistono due concetti di morte e suicidio, rispettivamente presentati nella prima e nella seconda strofa della lirica composta in novenari.

1ª Strofa: la morte è presentata nei termini di una frequentazione quotidiana, come un’abitudine. Essa viene considerate come una fuga dalla realtà e permette l’evasione dalle responsabilità e dalle sofferenze della vita. In questa parte della lirica essa viene comparata ad un assurdo vizio; vizio in quanto permetta l’evasione dalle responsabilità e dalle sofferenze, ma allo stesso tempo assurda perché incomprensibile per le persone che vivono la loro vita con naturalezza e istintiva sintonia. Per l’autore in questa prima strofa la morte rappresenta l’unica via di fuga alla fatica di vivere la diversità rispetto agli altri e al suo profondo senso di esclusione e solitudine. In questa prospettiva la donna è irrimediabilmente lontana ed estranea alle sue inquietudini e ai suoi sentimenti; ella si guarda, in effetti, narcisisticamente nello specchio chiudendosi in sé stessa rifiutando l’amore per il poeta assieme ad ogni qualsiasi forma di comunicazione con esso. Tutto ciò accentua le sofferenze dell’autore.

2ª Strofa: la morte chiama in causa tutti gli uomini e viene calata in una dimensione universale, che è la stessa per tutti . In questa strofa la morte è intesa come rivelazione della verità, risposta alle domande che nella vita restano irrisolte e opportunità di rivedere chi è lontano o morto da tanto tempo. In questa prospettiva lo specchio non è più il simbolo nel narcisismo, ma il luogo di incontro tra i vivi e i morti. La donna non è più individualmente definita e ricondotta all’esperienza autobiografica del poeta, ma è la sintesi degli aspetti opposti e antitetici dell’esistenza (vita e nulla). L’immagine della donna non è chiaramente definita, ma rimane imprecisa, approssimativa, ed è presentata attraverso l’uso della similitudine (come). L’insistenza sul motivo dello sguardo (verrà la morte avrà i tuoi occhi) ed il silenzio religioso (ascoltare un labbro chiuso) permettono al poeta di discendere nell’abisso primordiale (gorgo) da cui tutto ha avuto inizio e a cui tutto ritorna.

In questa poesia ricorre, inoltre, il tema della vita legata imprescindibilmente alla morte e soggetta come tutte a tale principio, che è dunque necessario ed inevitabile. A tal proposito, L’immagine della donna che si confonde ambiguamente con quella della morte ritorna nella lirica leopardiana ‘’A Silvia’’ nella quale il poeta simboleggia con la morte della ragazza la caduta delle illusioni, delle speranze e delle gioie tipiche della giovinezza.

mercoledì 11 novembre 2015

Caratteri fondamentali della figura di Cesare Pavese

11/11/2015, Cesena 

Ho deciso in questo post di riportare i caratteri fondamentali della figura di Cesare Pavese per contestualizzare meglio l'autore all'interno del panorama letterario italiano della prima metà del XX secolo.

Il Suicidio
Uccidendosi, Pavese lascia pronto per la stampa il suo diario (Il Mestiere di vivere), al quale egli stesso ha dato il titolo Il mestiere di vivere. Pubblicato nel 1952, raccoglie pensieri che vanno dal 1935 all’imminenza della morte. L’argomento prevalente è la letteratura, presentata come indicazione di modelli, progetti, bilanci relativi alle opere compiute. Tali motivi sono tuttavia alternati alla cronaca dei fallimenti esistenziali, soprattutto amorosi che minano la vita dell’autore e lo portano ad un profondo senso di solitudine. Per questo il diario ha svolto una funzione estremamente importante per la creazione e la costruzione della figura dello scrittore solitario vinto dalla vita e dalla storia.
Come già detto in precedenza Pavese ha saputo creare il mito ancora oggi stimato, dello scrittore solitario vinto dalla vita e dalla storia, che cede infine al ‘vizio assurdo’ (il suicidio), vagheggiato tutta la vita. Tuttavia, non si può ricondurre il suicidio ad un semplice e riduttivo gesto impulsivo e di rinuncia: per tutta la vita lo scrittore pensa ad esso come all’affermazione di una libera scelta, come ad un viaggio chiarificatore/risolutore verso il mistero dell’esistenza. Tale intrigo trova la sua risoluzione nel concetto di eterno presente, condizione nella quale tutto vive e tutto si annienta in un ciclo sempre uguale a sé stesso dove nulla si crea o si distrugge e dove non c’è uno sviluppo che cambia le cose. Pavese carica il concetto di morte e, conseguentemente, di suicidio, di una forte tensione conoscitiva e li considera come unici gesti possibili per affermare la propria volontà. A testimonianza del ruolo della morte l’autore nel 1937 aveva scritto:

Non riesco a pensare una volta alla morte senza tremare a quest’idea: verrà la morte necessariamente, per cause ordinarie, preparata da tutta una vita, infallibile tant’è vero che sarà avvenuta. Sarà un fatto naturale come il cadere di una pioggia. E a questo non mi rassegno: perché non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire? Perché?


La Teoria del Mito
La centralità del mito nel pensiero di Pavese emerge con chiarezza nel dopoguerra, con la pubblicazione della raccolta Feria d’agosto (datata 1946), nella quale confluiscono racconti, prose, liriche ed enunciazioni di poetica composti in precedenza nelle quali lo scrittore tenta di delineare una chiara e coerente teoria del mito.
Il punto di partenza del discorso pavesiano è costituito dal riconoscimento del valore
assoluto del mito, che è uguale per tutti, un esempio che vale per sempre, ciò che non si dimostra condizionato dalle forme del conoscere finito o dal divenire. Il Mito conosce, dunque, il concetto di sopratemporalità e sopraessere(sopraessenza), (concetto) che racchiude in sé la vita/essenza del mondo nel suo infinito divenire. A tal proposito Cesare Pavese scriverà:


Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte,

e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori del tempo e lo
consacra rivelazione. Per questo esso avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori del tempo.


Sulla linea delle teorie di Vico e Jung esistono patrimoni di conoscenze innate che ciascuno possiede esclusivamente per il fatto di appartenere al genere umano. Tale patrimonio viene però gradualmente dimenticato e soffocato dal pensiero logico-razionale tipico degli uomini nell’età adulta. Nel corso dell’infanzia l’uomo, però, immune dall’azione della ragione, vive il proprio mito personale, ovvero esprime al meglio le proprie conoscenze innate ma, crescendo, acquista consapevolezza di ciò, e si allontana dall’espressione di queste. Una volta allontanatosi da ciò è impossibile tornare indietro e si colloca a questo punto i desiderio dell’irrealizzabile ritorno alle origini,del viaggio indietro nel tempo verso il primitivo. In ciò la letteratura svolge un ruolo decisivo; essa inventa i miti, non nel senso che li crea dal nulla, ma nel senso che li porta a chiarezza, dà ordine e forma a ciò che, in sé, appartiene al caos primordiale. Lo scopo della letteratura è quello di portare a chiarezza i miti senza però tradirli dando una spiegazione razionale.

Traduttore del mito Americano
Nell'opera Pavesiana il momento dell'Università ha rappresentato per lo scrittore l'opportunità di avvicinarsi alla letteratura Americana. Egli ha contribuito infatti alla redazione della celebre ''Antologia Americana'', raccolta che ha contribuito alla diffusione del mito americano nella cultura italiana.

L'inappartenenza alla resistenza
Cesare Pavese vive negli anni del fascismo, periodo in cui la partecipazione Politica era di fondamentale importanza. Ciò genera nell'animo dello scrittore un conflitto tra la volontà di essere politiquement engagé e la sua profonda estraneità alle ideologie e alla politica in generale. Questo conflitto lacererà l'animo dello scrittore e ne determinerà un forte senso di inadeguatezza ed emarginazione.

lunedì 9 novembre 2015

Biografia di Cesare Pavese

07/11/2015, Riccione

Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Belbo nel 1908, piccolo centro delle Langhe, da una famiglia benestante di contadini Torinesi. All’età di sei anni il giovane scrittore si ritrova a dover superare il dolore e lo strazio causati dalla morte del padre, deceduto a causa di un tumore al cervello.

Cesare Pavese
Questo fatto genererà nell’autore non pochi problemi che non verranno mai superati del tutto. Questa esperienza traumatica determinerà, in effetti, nell’animo di Cesare una forte difficoltà ad adattarsi alla vita e farà emergere in lui un marcato senso di diversità, emarginazione ed inadeguatezza. Al Liceo ‘D’Azeglio’ di Torino, Pavese ha come insegnante di Italiano e Latino Augusto Monti, autentica figura di maestro, non solo sul piano letterario, ma anche su quello morale e civile, in virtù del suo impegno antifascista.

L’università rappresenta per l’autore il momento della scoperta della Bohéme Torinese e della letteratura Americana; egli si laurerà, infatti, nel 1930 con una tesi su Walt Whitman, autore che avrà l’occasione di conoscere. Pavese inizia, durante gli anni dell’Università, una intensa attività di traduzione (egli reinterpretò persino i testi di Melville, tra i quali il celebre romanzo ‘Moby Dick’). I lavori dello scrittore rivestiranno un ruolo di grande importanza in tutti gli anni’30 perché contribuiranno alla diffusione del mito Americano, che promuoveva un mondo incorrotto, di libertà e di vitalità considerato come la patria ideale nella quale cercare ed esprimere sé stessi. Negli ambienti della traduzione Pavese incontra Fernanda Pivano, instancabile promotrice e divulgatrice della cultura e letteratura Americana, per la quale provò un forte sentimento di amore non corrisposto.

Cesare Pavese e Constance Dowling
Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono caratterizzati dall’intensificarsi del suo lavoro letterario, pratica che porterà a Pavese successo e riconoscimenti che però non riescono a cancellare le incomprensioni del suo animo ed il suo tragico senso di solitudine. A far precipitare una situazione già precaria, giunge nel 1949 l’incontro a Roma con l’attrice americana Constance Dowling della quale Pavese si innamora subito; ma le sue speranze cadono ben presto quando Constance torna in America senza neppure avvertirlo. Dilaniato dal dolore e dal suo senso di profonda solitudine Pavese si toglie la vita il 27 Agosto 1950 ingerendo una forte dose di barbiturici nella stanza di un Hotel di Roma.

mercoledì 4 novembre 2015

Il Pagliaccio e la Filosofia - M.Zambrano

4 Novembre 2015, Forlì


Da buon pendolare prendo tutti i giorni il treno per recarmi all'università che dista circa 50 minuti da dove abito (tuttavia questi 50 minuti diventano molto spesso un'ora o addirittura un'ora e mezza).


Per il corso di letteratura italiana mi è stato chiesto di leggere un testo che ho trovato molto interessante: Il Pagliaccio e la Filosofia di Maria Zambrano, una delle figure più originali del panorama filosofico del Ventesimo secolo. In questo libricino (che si compone di sole 45 pagine ca.) vengono presentati alcuni tratti fondamentali della figura del clown, accostati ad una profonda riflessione di carattere filosofico.


In primis, il pagliaccio proviene dal dionisiaco, dai circhi e dalle fiere, e fa dunque parte di un mondo basso, nel quale il riso è uno dei pochi momenti di assenza di sofferenza e di dolore. Il pagliaccio appartiene alla terra e condivide la sorte di tutti coloro che guardano i suoi numeri. Il Clown non può evitare di identificarsi con il vagabondo, il povero in canna, colui la quale massima aspirazione è far ridere la gente. Scrive nell'introduzione la traduttrice del testo Elena Laurenzi:


''il pagliaccio non è una figura dalle altezze vertiginose: appartiene alla terra. Recita nella polvere delle strade e delle piazze , o sotto l'umile tenda di un circo. Non guarda il mondo dall'alto, ma sta con la gente , e condivide la sorte di una tormentata umanità facendone materia per la propria arte.''(p.10) 





Il pagliaccio abbraccia l'arte del riso inteso come moto dell'anima che scaturisce da una sorta di riconoscimento di intime verità; il riso non ci libera dal pensiero ma, anzi, lo accende. Il sorriso si dimostra lo strumento attraverso il quale il pagliaccio può mettere in scena il dramma della vita umana.


''Esibendo il suo lato ridicolo, offrendosi, il filosofo-pagliaccio mette in scena la titubanza, l'incertezza, l'imperfezione della stessa vita umana, che si muove a tentoni e senza copione''(p.16)



In secundis, il pagliaccio è un essere che ha attuato una vera e propria ''décreation de soi'', ovvero una vera e propria distruzione del proprio io. Il clown porta dentro di sé il vuoto, ed è incapace di adattarsi a quella che normalmente si dice vita. Questi, tenta di piegare il mondo ed i suoi gesti sembrano non seguire un filo logico. Tuttavia, tali gesti non obbediscono alle leggi fisse del mondo di tutti i giorni e, in questo senso, il clown compie una sorta di rivolta verso tutto ciò che lo circonda.


Infine, il pagliaccio può essere accostato al mondo della filosofia ed essere considerato una sorta di filosofo, che inciampa nelle cose vicine perché immerso nel pensiero di quelle lontane. Sia il clown che il filosofo sono ''l'Achille che non può raggiungere la tartaruga''. Entrambi creano una distanza con tutto ciò che li circonda e si muovono in un altro tempo. Compiono un fenomeno di alienazione che, agli occhi degli altri, li fa apparire come degli imbecilli perché creano delle distanze col contesto che li circonda ''nessuno sembra più simile a un imbecille di un uomo che sta pensando''(p.15). Il pensiero è dunque anche uno strumento di libertà. Inoltre, secondo la Zambrano, la vocazione poetica (che sta per l'atto magico del clown) non deve limitarsi all'esclusivo uso retorico degli strumenti linguistici, ma deve descrivere le cose più umili della realtà e tentare di approssimarne una immagine fuggevole nella vita degli uomini. In questo processo, però, la morte presta al pagliaccio la maschera, con la quale egli stesso interpreta la vita.

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